Antonello Venditti: Il Pianoforte, il Cuore e quella Notte Prima degli Esami

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C’è un’immagine che non mi stanco mai di rivedere: Antonello, i capelli al vento, seduto al centro di un prato o di uno stadio, che sembra quasi lottare con il suo pianoforte.

Non è solo tecnica. È un corpo a corpo. Molti pensano che il segreto di Venditti sia la voce, quel graffio che ti vibra nello sterno, ma io scommetto tutto sul suo tocco. È un pianismo generoso, che non chiede permesso.

Diciamocelo, chi altro ha saputo trasformare un esame di maturità in un rito collettivo eterno? Nessuno.

Quello che resta, oltre le note:

  • La luce di Roma. Non quella da cartolina, ma quella che vedi all’alba, quando la città è nuda e fa quasi paura.
  • Il coraggio di essere fragili.
  • La capacità di scrivere “ti amo” senza sembrare un cioccolatino, ma come una promessa fatta sotto la pioggia (avete presente il finale di Dalla pelle al cuore? Ecco).

Ho visto decine di artisti passare per gli studi di registrazione, tutti ossessionati dalla perfezione, dal suono pulito, dal mix impeccabile. Poi arriva lui. Una sporcatura, un respiro troppo forte nel microfono, un accordo tenuto un secondo di più. E capisci che la perfezione è noiosa. La verità è un’altra cosa.

A mio parere, la forza di Antonello sta nel fatto che non ha mai smesso di essere quel ragazzo del Folkstudio, anche quando davanti aveva ottantamila persone. È rimasto uno di noi, ma con il dono di saper dare un nome ai nostri silenzi.

Be’, forse è proprio questo che ci frega ogni volta. Ti siedi, parte il primo accordo di Settembre e improvvisamente hai di nuovo vent’anni, i sogni intatti e tutta la vita davanti. Non è nostalgia. È un regalo che solo la grande musica sa farti.