C’era una volta, anni fa, un pomeriggio qualunque. Ero in camera, le cuffie mi schiacciavano le orecchie come sempre, e un amico mi passò un CD bruciato con su scritto “Kraftwerk – The Mix”. Partì The Robots e sentii qualcosa spostarsi dentro di me. Non sapevo ancora che qualche anno dopo avrei passato le notti dietro la console a cercare di far emozionare la gente come quelle sequenze avevano fatto con me.
Ho fatto il DJ per un bel pezzo. Non uno famoso, uno di quelli che suonava nei club di provincia, nei festival improvvisati, nelle serate dove la pista si riempiva solo se azzeccavi il pezzo giusto al momento giusto. E in quegli anni ho imparato una cosa: l’elettronica non è questione di algoritmi o di BPM perfetti. È questione di sapere quando premere play su quel pezzo che fa scattare qualcosa nella gente. Questi dieci nomi, per me, hanno scritto le regole del gioco. E li ho testati tutti dal vivo.
Kraftwerk – il primo beat che non si fermava
Quando ho iniziato a fare il DJ, la mia generazione aveva già metabolizzato i Kraftwerk. Ma se torni indietro e ascolti Trans-Europe Express con le orecchie di chi deve tenere una pista in piedi, ti accorgi che lì c’è già tutto: la cassa in quattro, la ripetizione ipnotica, l’idea che la musica possa andare avanti senza bisogno di un cantante che ti dica cosa sentire. “Numbers” l’ho infilata in più di un set, di solito verso l’una di notte, quando la gente ha già bevuto abbastanza da lasciarsi ipnotizzare. Funziona sempre. Quattro tedeschi con camicie a quadri hanno inventato il DNA della dancefloor.
Jean-Michel Jarre – il primo a capire che l’elettronica è spettacolo
Jarre non lo mettevi in discoteca, perlomeno non nei club dove suonavo io. Ma Oxygène e Équinoxe li ho usati tante volte per aprire serate più particolari, nei locali dove la gente veniva per ascoltare più che per ballare. “Oxygène, Pt. 4” ha una melodia che entra in testa e non se ne va più. Lo usavo come primo pezzo dopo l’apertura, quando le luci si abbassavano e dovevo dire al pubblico: “ok, adesso entriamo in un altro mondo”. Funzionava sempre. Jarre ha capito prima di tutti che i sintetizzatori potevano essere un viaggio, non solo un rumore.
Brian Eno – il respiro tra un pezzo e l’altro
Eno non ha mai fatto un pezzo da discoteca. Eppure, per un DJ, è stato fondamentale. Music for Airports me lo portavo dietro come colonna sonora dei momenti morti, quando il locale si svuotava e dovevi ricaricare l’atmosfera. E poi c’è “An Ending (Ascent)”, che ho usato come chiusura di un set una volta, dopo un’ora di techno pesante. La gente era sudicia, distrutta, e quando è partito quel pezzo qualcuno ha iniziato a piangere. Eno insegna che il silenzio, se lo sai usare, è più potente di un drop.
Daft Punk – il momento in cui la pista diventava una sola cosa
Io ero lì quando uscì Homework. Avevo vent’anni, suonavo in un club pieno di ragazzi che non sapevano ancora cosa fosse il filtro. Around the World la passavo e la pista si muoveva come un unico organismo. Ma il vero momento di grazia è stato Discovery. “One More Time” è il pezzo più facile del mondo da mettere: troppo facile, a volte quasi imbarazzante. Ma quando lo mettevi all’una e mezza, con il club pieno e le luci che partivano al momento giusto, succedeva qualcosa di magico. Quando si sono sciolti, nel 2021, ho passato una serata a mettere solo loro. La pista era piena fino all’alba.
The Prodigy – il momento in cui i punk invadevano la pista
La prima volta che misi “Smack My Bitch Up” in un club, non sapevo cosa aspettarmi. Era il 1997, il locale era pieno di ragazzi che venivano per la techno. Quel pezzo parte con quel giro di batteria che sembra una coltellata, e poi quando esplode il breakbeat la pista è esplosa davvero. “Firestarter” l’ho usato spesso come momento di svolta, quando la serata rischiava di diventare troppo prevedibile e serviva una mazzata. Keith Flint che corre in quel tunnel non era solo un video: era una promessa che la musica elettronica poteva essere sporca, violenta, viva.
Deadmau5 – il genio che non ti fa mai sentire stupido
Joel Zimmerman è uno che fa arrabbiare i DJ perché suona sempre in playback. Ma da DJ, devo dire una cosa: i suoi pezzi sono costruiti come macchine perfette. “Strobe” l’ho messa solo poche volte, e sempre alla fine, perché è un pezzo che richiede rispetto. Dura dieci minuti e in quei dieci minuti succede di tutto: entra, esce, si sviluppa, torna. L’ultima volta che l’ho usata era l’ultima serata di un locale dove avevo suonato per anni. Quando è finita, sono sceso dalla console e un ragazzo mi ha detto “non ballavo da dieci anni”. Merito suo, non mio.
Avicii – il momento in cui la pista cantava
Quando uscì “Levels”, io già suonavo da qualche anno. Era un pezzo che sembrava fatto apposta per far cantare la gente. Ma il vero colpo di genio è stato “Wake Me Up”. Ricordo ancora una serata in un locale all’aperto, pomeriggio, sole che tramontava. Avevo appena messo “Levels”, la pista era piena, tutti cantavano il ritornello a squarciagola. E a un certo punto – click – salta la corrente. Le casse tacciono, i monitor si spengono, la console diventa muta. Silenzio totale.
Per un secondo ho pensato: “è finita”. Invece no. La gente ha continuato a cantare. Un minuto intero. Tutti con le braccia alzate, a cappella, senza nessun beat che li sosteneva. Solo la voce di centinaia di persone che andava avanti da sola, come se quel pezzo fosse dentro di loro. Quando è tornata la corrente, ho rimesso il vinile dall’inizio e la pista è esplosa. Non era più un set, era diventato qualcos’altro.
Quella sera ho capito che Avicii non aveva scritto solo canzoni. Aveva scritto qualcosa che la gente si portava dentro, anche senza casse. Quando Tim Bergling se n’è andato, nel 2018, ho dedicato una serata intera ai suoi pezzi. “Hey Brother” l’ho chiusa con le lacrime agli occhi e non me ne vergogno.
Aphex Twin – per quando la pista deve diventare un’altra cosa
Aphex Twin in discoteca è una scommessa. L’ho fatto poche volte, e solo in locali dove la gente era pronta a farsi sorprendere. “Windowlicker” l’ho usata una volta alle quattro del mattino, dopo un’ora di techno minimale. La pista si è svuotata di colpo. Poi si è riempita di gente diversa, quelli che volevano perdersi invece di ritrovarsi. Richard D. James non è un produttore: è un architetto di incubi bellissimi. E ogni tanto, dietro la console, hai bisogno proprio di quello.
Carl Cox – il re che non ha mai smesso di sorridere
Carl Cox è il motivo per cui ho iniziato a fare il DJ. Non scherzo. Quando ero ragazzo, vidi un video di lui che suonava con tre piatti, passava da un pezzo all’altro con una fluidità che sembrava magia, e aveva quel sorriso enorme. Pensai: “voglio fare quello”. L’ho visto dal vivo tre volte, e ogni volta ho imparato qualcosa. La sua versione di “I Want You (Forever)” la conosco a memoria, e quando la metto in un set so già che la pista reggerà almeno mezz’ora senza problemi. Non è un produttore geniale, ma è il più grande DJ che abbia mai visto. Perché lui non suona dischi: lui guida un esercito.
Skrillex – quando la pista diventava un campo di battaglia
Quando uscì “Scary Monsters and Nice Sprites”, io suonavo in un locale che faceva serate elettroniche ma anche serate rock. I due mondi non si parlavano. Poi arrivò Skrillex e li mise insieme. Ricordo la prima volta che misi Scary Monsters in un club: i ragazzi che venivano per la techno si guardavano intorno spaesati, ma quelli che venivano dal rock hanno iniziato a fare headbanging. La pista si è divisa, poi si è riunita. Skrillex ha fatto una cosa che sembrava impossibile: ha fatto ballare i metallari.
E poi ci sono loro…
Faccio una premessa doverosa: dieci nomi sono pochi. Manca Giorgio Moroder, che con “I Feel Love” nel 1977 ha inventato il synth disco e senza il quale non ci sarebbe stato niente di tutto questo – l’ho messa in chiusura di tantissime serate e ancora oggi funziona come il primo giorno.
Manca Underworld, e “Born Slippy .NUXX” che ho chiuso più serate di quante ne ricordi.
Manca The Chemical Brothers, e “Hey Boy Hey Girl” che ancora oggi se la metti alle due di notte la pista si accende come un albero di Natale.
Ma se dovessi spiegare a qualcuno cos’è l’elettronica per un DJ, partirei da questi dieci. Non perché siano i migliori in assoluto, ma perché ognuno di loro, a modo suo, mi ha regalato un momento dietro la console in cui ho capito che non stavo solo facendo musica: stavo costruendo qualcos
E voi, quale di questi vi ha fatto ballare (o piangere) per la prima volta? E se avete fatto i DJ anche voi, quale pezzo vi ha dato la soddisfazione più grande?


