Diciamocelo: ogni anno, il 13 febbraio, escono i soliti articoli che spiegano quanto sia importante la radio per l’UNESCO, la democrazia e i massimi sistemi. Tutto vero, per carità. Ma chi la radio la fa (e chi la ascolta davvero, magari mentre impreca nel traffico sulla Statale Adriatica) sa che la questione è molto più terra terra.
La radio non è un “mezzo di comunicazione“. È un tizio che ti fa ridere mentre vai a un appuntamento che ti mette ansia. È quella canzone che parte proprio quando ne avevi bisogno.
Perché siamo ancora qui?
Mentre i social diventano un tritacarne di algoritmi e facce finte, la radio resta l’ultima cosa reale. Se in diretta facciamo una gaffe, resta lì. Se ci scappa da ridere, lo sentite. Non c’è il filtro “bellezza” sulla voce e non puoi editare un’emozione che passa nell’etere.
Oggi è il World Radio Day, ma per noi di Radio Fano è solo un altro giorno per ricordarci quanto siamo fortunati. Fare radio in una città come la nostra significa che quando diciamo “c’è coda al porto”, sappiamo esattamente di che odore di mare stiamo parlando. Non siamo un podcast registrato tre mesi fa in uno scantinato a Milano; siamo qui, ora, con voi.
Un patto che non scade
C’è chi diceva che saremmo spariti. Invece siamo ancora la prima cosa che accendete in macchina. Forse perché, in un mondo di schermi che urlano, una voce che ti parla all’orecchio senza chiederti di guardare un video di 15 secondi resta la cosa più rivoluzionaria che ci sia.
Quindi, grazie. A chi ci alza il volume, a chi ci abbassa quando deve parcheggiare (lo facciamo tutti, ammettetelo) e a chi ci considera, semplicemente, di famiglia.
Buon World Radio Day. Ci sentiamo on-air.


